Intervista a Marina Spadafora – coordinatrice di Fashion Revolution Italia

fieramilano, Rho
18-20.09.2021

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Intervista a Marina Spadafora – coordinatrice di Fashion Revolution Italia

Fashion Revolution è il più grande movimento di attivismo della moda al mondo, nato a Londra nel 2013. In Italia è presente dal 2014 ed è attivo con le sue iniziative in oltre 100 paesi nel mondo. Ne parliamo con Marina Spadafora, coordinatrice di Fashion Revolution Italia, ambasciatrice di moda etica nel mondo.

Tutto comincia a Londra, nel 2013 dopo il terribile disastro avvenuto a Dhaka (Bangldesh) quando in seguito al crollo del complesso produttivo di Rana Plaza, morirono oltre 1100 persone e più di 2500 rimasero ferite. Un evento terribile (il quarto disastro industriale più grande della storia. Le vittime erano per lo più giovani donne) che portò Ursula de Castro e Carrie Sommers a fondare un movimento perché “non si dovesse più morire per la moda”.

 

“Fu lanciato l’hastag WHO MADE MY CLOTHES? - ci spiega Marina Spadafora, coordinatrice di Fashion Revolution Italia - per sollecitare le persone a farsi questa domanda, sollevando una questione molto importante e molto precisa :  prima di fare un acquisto chiediamoci chi è dietro quel capo di abbigliamento, se chi l’ha fatto ha avuto condizioni salariali e di lavoro sicure e dignitose, che materiali sono stati impiegati, se l’ambiente è stato rispettato.

 

È così che nasce questo movimento che ha come scopo mettere fine allo sfruttamento umano e ambientale nell'industria della moda globale e valorizzare le persone rispetto alla crescita e al profitto. “Per farlo è fondamentale accrescere la consapevolezza dei consumatori – continua Marina perché di fatto, ogni volta che acquistiamo qualsiasi oggetto, noi facciamo una scelta ben determinata, decidendo che tipo di prodotto acquistare e da chi.

 

Quando da Londra mi chiamarono per coordinare e impegnarmi per il movimento in Italia fu subito un si, poiché da sempre il mio impegno in questo senso è totale. Dal 2013 siamo così attivi in Italia, anche dal punto di vista legislativo perché il cambiamento culturale che noi promuoviamo ha bisogno di solide basi legislative, con regolamenti che riguardano tutti gli aspetti della produzione e della distribuzione. Di recente, con altre 59 ONG abbiamo sottoposto al Parlamento Europeo una proposta di legge che si chiama Fairy Sustainable Textile.

 

Si tratta di una proposta approfondita e ampia con punti che riteniamo fondamentali, come per esempio quello relativo all’obbligatorietà delle etichette parlanti. Vorremmo vedere dei codici QR che quando vengono scansiti diano la storia e tutti i passaggi  di  quel capo di capo di abbigliamento: dove è stato fatto, da chi, come sono state retribuite le persone, come è stato prodotto il tessuto, sapere cosa c’è al suo interno, con che tipo di colore è stato tinto, visto che il capo di abbigliamento si appoggia sulla nostra pelle che è un organo molto assorbente . Esattamente come avviene nel mondo dell’agroalimentare e della cosmetica. Aggiungo che siamo molto a favore della Carbon Tax, perché significa tassare colore che inquinano”.

 

Marina sottolinea che per comprendere tutti questi aspetti c’è ancora molto da fare, soprattutto sul  tema della consapevolezza. “L’educazione è la base. Insegno in varie università, anche all’estero e mi rendo conto che livello di preparazione e di conoscenza della materia sostenibilità nel nostro paese è ancora troppo basso. Bisogna continuare crederci e lavorare per i nostri obiettivi senza perdere la speranza. Il mio motto è una bellissima frase di Nelson Mandela - It always seems impossible, until it’s done - Sembra sempre impossibile, finché non viene fatto”.

 

E tra le tante iniziative che Fashion Revolution promuove ricordiamo quella che va in scena ogni 24 aprile, giorno in cui avvenne la tragedia del Rana Plaza. In questa occasione viene chiesto alle persone di indossare un capo di abbigliamento al contrario con l’etichetta ben in mostra per poi farsi un selfie con la domanda “Who Made My Clothes”? 

 

E ancora la Fashion Revolution Map, una vera e propria mappa con gli indirizzi “green”, uno strumento pratico ai consumatori che desiderano fare acquisti più responsabili.  Tante le realtà presenti, tante le storie interessanti, come SeeMe, la linea di gioielli ideati da Caterina Occhio e realizzati a mano da donne tunisine vittime di violenza, rifiutate dalle loro comunità e costrette a una vita di abbandono. L’idea di una donna per cambiare la vita di altre donne, con l’opportunità di costruire un nuovo futuro grazie a questo impiego.

 

“Chi è interessato può scriverci all’indirizzo  italy@fashionrevolution.org – ci specifica Marina - inviando tutte le informazioni necessarie per la candidatura.  C’è un iter preciso di controllo e verifica che una volta superato, permette di entrare a far parte di questa rete. L’atto d’acquisto è un passo importante verso la creazione di un’industria della moda più trasparente e responsabile. Noi consumatori siamo la forza che può portare al cambiamento”.